letteratura diasporica

C’È BISOGNO DI NUOVI NOMI

AUTRICE_                                                                                   NoViolet Bulawayo
TITOLO ORIGINALE_                                                           We need new names
PUBBLICAZIONE IN ITALIA_                                                                           2014

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NoViolet Bulawayo la mia quasi omonima che ambienta il suo romanzo nello Zimbabwe odierno apre la sua storia con la messa in scena dello scorrazzamento di una banda di ragazzini provenienti dallo svantaggiato della società, che si ritrovano a bighellonare nei loro pomeriggi in giro per la zona abbiente della città limitrofa denominata Budapest. Darling, la protagonista e la sua band sgangherata formata Bastard, Chipo, Diolosà, Sbho, Stina (li ho trascritti correttamente, non mi sono sbagliata) sono specializzati nel furto di guave, attività questa che riempie i loro pomeriggi oltre alla vandalizzazione delle facciate delle case. Ma Darling che ha una zia in America, spera di raggiungerla.

Ah, la sospirata terra promessa. Da adolescente Darling riesce ad approdare qui. Ma la realtà è qualcosa che non si era prefigurata dalle strade polverose della sua terra natia. La crudezza analitica dei sentimenti degli emigrati, li avevo trovati descritti in “Americanah” e nelle storie di “Quella cosa attorno al collo” entrambi libri della Adichie. Il disorientamento dei nuovi arrivati, l’adattamento ai nuovi costumi, l’implacabile riflessione sul proprio futuro e di quello delle persone che lavorano per rendere prospero un paese che non è il loro lasciando indietro i loro cari.

Da figlia di emigrati quale io sono e piena rappresentante di quella che viene chiamata “diaspora africana” ho riflettuto molto su vari passaggi del libro. Per esempio: “Quando sono stati grandi abbastanza e noi abbiamo cominciato a parlare del nostro paese, i nostri figli non ci hanno pregato di raccontare loro le storie  della terra che avevamo lasciato. Sono andati su Google a cercare, a cercare e a cercare. Quando hanno finito di cercare, ci hanno guardati con un’espressione a metà tra la pietà e l’orrore e hanno detto: Dio mio, venite davvero da lì?”. Penso che farà effetto a molte seconde e terze generazioni vedere trascritti su carta dialoghi o episodi così similari a quelli avvenuti nella propria vita. Questa autrice conferma il mio entusiasmo per le scrittrici di discendenza africana che hanno la straordinaria capacità di aderire così similmente al mio sentire. Lettura estremamente consigliata.

I nostri genitori vengono a trovarci in sogno. Non ci toccano, non ci parlano, ci guardano con occhi che non riusciamo a ricordare. Quando tentiamo di avvicinarci, ci ritroviamo davanti mari che non riusciamo ad attraversare.

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