seconda generazione

NEGRO

TITOLO_                                                       NEGRO

AUTORE_                                                      FRANCESCO OHAZURUIKE

ANNO PUBBLICAZIONE_                          2018

 

bdr
Negro

 

Un libro scritto come fosse un vademecum per coloro che ancora non si fossero accorti che nel 2018, gli italiani nati da genitori provenienti dall’Africa dagli anni ’80 (e prima) sono tanti, percìò quando si interloquisce con qualcuno di “loro” per la prima volta, la domanda “quando sei arrivato in questo paese?” è del tutto fuori luogo.

Soprattutto perché il quesito è deleterio per chi lo pone; come fa un madrelingua a non comprendere che colui che ha davanti, non commette errori linguistici tipici di chi utilizza l’italiano come lingua seconda? Oltre al paraocchi, alcune persone hanno il paraorecchie. Come se il cervello andasse in crash e si rifiutasse di riconoscere l’ovvio.

Ohazuruike descrive l’infanzia in Sicilia, la sua vita di studente universitario fuorisede nella città del Lingotto e i suoi genitori originaria della Nigeria che nella metà degli anni settanta, si sono recati nello stivale per motivi di formazione scolastica ed una vita diversa per loro ed i figli.

I suoi natali ed i trascorsi a Catania, sono stati relativamente tranquilli, con alcuni episodi per niente edificanti da parte di certi bambini, che diceva molto sul contesto di ignoranza delle famiglie da cui provenivano i ragazzi in questione.

L’autore, dibatte sui numerosi luoghi comuni che pendono sugli immigrati dell’Africa subsahariana tra i quali: la ruberia del lavoro tolto agli italiani, l’imbastardimento della razza bianca, l’alto tasso di criminalità con l’odioso stigma di “negri stupratori”, le malattie esportate e non per ultimo, il terrorismo.

Il suo punto di vista è quello di giovane uomo afroitaliano, laureato, cresciuto in un contesto  ordinario e quindi “non difficile”, che come tanti altri come lui di seconda generazione, fa parte di una  media borghesia, che dovrebbe essere più rappresentato per alzare la coltre di invisibilità mediatica che avvolge questo ceto medio/alto, e che invece preferisce sistematicamente mandare in onda sulle reti televisive solo immagini di bambini neri con il moccolo al naso e le mosche vorticanti su ossa in rilievo sulla pelle tesa in Africa o spacciatori senza scrupoli agli angoli dei parchi italiani. Eliminado ciò che sta nel mezzo. Senza voler capire che questi afrodiscendenti che lavorano e producono, sono indignati equamente (o di più) come la controparte occidentale, e che anzi è questa “parte di mezzo) a fare le spese maggiori di queste immagini, che contribuiscono ad incrementare maggiormente l’afrofobia.

<<Adagiarsi sul pregiudizio è molto più facile che costruirsi, circa qualsiasi fenomeno, un’opinione fondata sui fatti.>>

 

 

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