AUTORE_                                    I. SCEGO E R. BIANCHI

ANNO PUBBLICAZIONE_        2017

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E’ un progetto impreziosito da parole ed  immagini quello che Igiaba Scego e Rino Bianchi hanno imbastito. Percorrendo la capitale d’Italia ed osservando palazzi, vie maestose, siti archeologici e monumenti, hanno potuto rilevare l’innegabile filo che collegano certe vestigia del passato con il continente africano, ma che tali connessioni sono obliate ai più.

Tra le innumerevoli colpe da imputarsi al ventennio fascista, sicuramente si può citare l’onta del colonialismo, con la quale non si è mai venuto ufficialmente a patti in Italia.”Il posto al sole” tanto agognato dalla dittatura dell’uomo più famoso di Predappio, mise in moto una macchina della propaganda, che con la sua produzione di falsi miti e distorcenti promesse, contribuì alla proliferazione di stereotipi degradanti ai danni delle popolazioni soggiogate, con la risultante odierna di pregiudizi beceri che si hanno nei confronti delle persone provenienti dal continente a sud del Mediterraneo.

 

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Partendo dalla Stele di Axum e dal monumento al leone di Giuda di manifattura etiope, la Scego ci racconta un po’ della sua vita romana, delle sue origini e della generazione di suo padre, cresciuto in una Somalia -che con Eritrea, Etiopia e Libia- ha condiviso la sorte di paese dominato da genti italiche che hanno plasmato la loro lingua, cultura, politica ed esercito. Ma oggigiorno quelle stesse popolazioni non sono riconosciute come legate al Belpaese, anzi. Sono mal rappresentate dai media, che le descrivono come un’unica massa di disperati, a cui si nega una storia comune che si sicuramente avrà toccato nonne, bisnonni, cugine e padri, che seppur in un rapporto di sudditanza, hanno ricevuto un’educazione italiana, che nulla c’entrava con loro. Per questo rimango profondamente disgustata quando certe persone affermano che gli africani non hanno nulla a che fare con l’Europa.

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Una parte molto interessante riguarda  la visione della donna nera. La “faccetta nera” e la “bella abissina” sono accezioni che descrivono quella che viene considerata una femmina da “domare”. Il verbo che usa la Scego non è a caso. Quando si asserisce di voler possedere una donna, il verbo possedere richiama alla mente un oggetto, qualcosa di inerme ed inanimato. Ma quando si tratta di una donna nera, il sottotesto è che ella sia lasciva, indomita e ribelle. Una ribellione che sconfina nel ferino, e a sostegno della mia tesi, pensate gli aggettivi che vengono sovente usati per descrivere le donne nere nei media, quali “pantera” e”leonessa”. Quando si vuole fare un “complimento” invece sono i gettonati “venere nera” o “regina” a farla da padrone. Il primo ha un pericoloso sentore di animismo, il secondo ricorda troppo da vicino la leggenda della regina etiope Taitù. In tutti e due le denominazioni, si trova un bisogno di catalogazione che permette di perpetrare una propria visione, che non esprime la volontà di colmare una distanza di conoscenza.  La base dello stereotipo, è la non accettazione della normalità dell’ essere umano che si ha davanti. E questa ostinazione granitica nel portare il paraocchi, può produrre personali convinzioni che, una volta emerse, fanno arricciare le labbra dal raccapriccio.

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Per questo ho deciso di lasciarvi questa “personale convinzione” nella parte virgolettata. Questa candida sortita, è stata proferite da quel grande uomo che fu Indro Montanelli, intervistato in tarda età, in merito alla sua missione in Africa orientale quando era oltre ventiquattrenne e si era “procurato” una moglie autoctona.

Per non dimenticare.

<<Pare che avessi scelto bene… una bellissima ragazza bilena di dodici anni>>…<<Scusatemi… ma in Africa è un’altra cosa>>.

 

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